NOTE SULL’ HONOR MONTIS SANCTI ANGELI

Orlando Giuffreda

Dopo la scomparsa dalla scena politica e militare del conte Enrico e di suo fratello Guglielmo, la contea di Monte Sant’Angelo passò al secondogenito del Guiscardo, Ruggero Borsa, quindi al figlio naturale di questi, Guglielmo (omonimo del legittimo), il quale nei documenti s’intitola Signore di Lucera, di Frigento e di Gesualdo. Egli, però, non dovette avere vita facile perché molestato continuamente, forse dagli stessi parenti del conte del Gargano, come comprova un documento del 1115, in cui egli lamenta d’essere “undique circumdatus,

 

Napoli, Piazza del Plebiscito, statua di Ruggero II.

oppressusque ex mutis guerris, et metu magnae obsidionibus, destrunctionisque casalium nostrorum” (cf. G. De Blasis, L’insurrezione pugliese e la conquista normanna nel sec. XI, Napoli 1864 – 1873, p. 140, nota 5). Certo è che, alla morte del duca Guglielmo, un vasto moto di libertà animò nuovamente città e feudatari, tra cui Troia, Siponto e Monte Sant’Angelo. Nuove ribellioni, dunque, nuovi aneliti d’autonomia e d’indipendenza che svaniranno definitivamente con l’affermazione monarchica di Ruggero II di Sicilia (1139).

Ruggero II (1127-1154). Follaro con la Vergine orante, rinvenuto nei pressi della Basilica.

Per limitare la possibilità d’ogni nuova sollevazione, il novello re spezzettò l’estesa contea di Enrico di Monte, ma la città micaelica, Siponto e l’intero Gargano furono riservati alla corona. A tal proposito, P. F. Palumbo – insigne e accreditato storico –   in una nota del suo lavoro sull’Honor, osserva che, nel Catalogo dei Baroni, documento del tempo di Guglielmo II, per la Capitanata e il Gargano figurano vari feudatari, tra cui, a parte, tra i “prelati feudatari” di Capitanata, l’Archiepiscopus Montis S. Angeli” (proprio cosi!). Questi, osserva lo studioso, “Sono, è evidente, tutti – tranne Lesina in proprio – suffeudi”(cf. Palumbo P. F., Honor Montis Sancti Angeli, in Archivio Storico Pugliese, 1953, fasc. IV, p. 334 nota 2). I rogiti di questo periodo redatti a Monte Sant’Angelo, infatti, sono datati secondo gli anni del regno, di Ruggero II, di Guglielmo I e II, e non recano tracce di alcun accenno ad una dipendenza feudale. Il fatto che da documenti più tardi, si viene a sapere che la città dell’Arcangelo e Siponto erano possessi “in demanio”, mentre Lesina “in servizio”, ossia continuò ad avere propri feudatari, induce a pensare che la maggior parte del Gargano fosse stata incamerata dal fisco regio. Ciò, sia pure indirettamente, sostiene ancora lo studioso, “offre una prova di una unità superiore diversamente mantenuta” (ivi). Quanto affermato da P.F. Palumbo, d’altra parte, è rivelato e confermato proprio dalla constitutio dotalitii, di Guglielmo II.

Per ragioni politiche esterne, tra il 1172 e il 1177, anni intensi sopravvenivano per la città dell’Arcangelo e per l’intero Gargano.

All’epoca della monarchia normanna, la regina di Sicilia, come qualsiasi altra donna, riceveva una dote dai suoi parenti (quella diretta, di origini romane) e un dodarium versatole dallo sposo, secondo il diritto consuetudinario, di origine carolingia, molto diffuso tra i popoli franchi e germanici.

Il dotario è stato probabilmente introdotto in Italia del Sud da Ruggero I (1060 – 1101): fu il Gran Conte che per primo iniziò ad assegnare terre alle spose e, in modo più specifico, quelle attigue al territorio di San Marco d’Alunzio, nel Val Demone in Sicilia. Amato di Montecassino (XI sec.) nella sua storia dei Normanni, redatta verso il 1080, racconta come il duca Roberto il Guiscardo avesse dato in dote alla moglie Sichelgaita castelli e terre per vivere riccamente assieme ai figli (cf. Storia de’ Normanni di Amato di Montecassino, ed. V., Roma 1935).

Nella tarda primavera del 1172, Guglielmo II detto il Buono, nipote di Ruggero II e ultimo re dei Normanni di Sicilia, dopo un’umiliante attesa a Taranto della promessa sposa orientale, Maria Comneno, che non giunse mai, decise di recarsi in pellegrinaggio al Santuario di S. Michele sul Gargano. In tale occasione, molto verosimilmente se non prima, dovette maturare nell’animo del sovrano il disegno di costituire il Gargano, stretto attorno al Santuario micaelico da secoli, in una unità giuridicamente configurata per

 

Moneta d’argento (un quarto di tercenario) di Guglielmo II rinvenuta nell’area della Basilica.

farne un dominio a sé stante quale feudo delle regine di Sicilia.

Nel febbraio del 1177, in occasione della celebrazione del suo matrimonio con Giovanna, figlia di Enrico II d’Inghilterra, diplomaticamente ben preparato e sostenuto dal papa Alessandro III, Guglielmo II promulgava una solenne “constitutio dotalitii” a favore della sposa, con la quale, oltre le consuete terre di Sicilia, concedeva “tam nobile ac tam insigne conjugium decenti dotalitio debeat honorari” … “Comitatus Montis S. Angeli et civitatem Siponti et civitatem Veste et pluribus aliis tam castellis quam loci… sicut inferius est annotatum, videlicet in demanio” le città di Monte Sant’Angelo, di Siponto, di Vieste con tutte le terre e i diritti loro pertinenti. “In servizio autem concedimus ei de tenimentis (ma non la città) comitis Goffridi Alesina, Peschizam, Bicum, Caprile, Baranum et Sfilizum et omnia alia quae idem comes de honore eiusdem comitatus Montis Sancti Angeli tenere dinoscitur”. E ancora in servizio, Candelaro, S. Quirico, Castelpagano, Versentino e Cagnano. “Insuper concedimus, ut sint de honore ipsius dotarii, monasterium sancti Iohannis de Lama (oggi Santuario di S. Matteo presso San Marco in Lamis) et monasterium Sancte Marie de Pulsano cum omnibus tenimentis, quae monasteria tenent de honore praedicti comitatus S. Angeli” (cf. C. Lunig, Codex Italiae Diplomatum, coll. 857 – 858). Il documento con la descrizione dei beni, molto interessante per chiarire meglio la sua struttura mista, demaniale – feudale, si concludeva con una pratica definizione dello statuto giuridico della regina: ella era debitrice nei confronti dello sposo e del suo erede degli obblighi feudali e doveva mantenere indiviso il patrimonio ricevuto in dote. L’atto solenne reca la firma dei grandi del Regno. La promulgazione del dodarium era stata accompagnata dalla consegna alla regina di una sedia d’oro, secondo il costume normanno.

Il termine honor, adoperato più volte nel documento, sul quale più autori si sono soffermati, non ha certamente il significato comune di “dignità”, “rispetto”, “omaggio”, “ossequio” o “reverenziale”, ma potrebbe avere il significato semplicemente di “pertinenza”, e quindi “Honor Montis S. Angeli” non sarebbe altro “ciò che appartiene al Monte (da intendere come sineddoche, per il Santuario dell’Angelo che è sul Monte). Per Honor, il riferimento che viene immediato è quello di “feudo”, “dominio”, “possesso”. Il valore letterale della parola, tuttavia, al tempo di Guglielmo II, è superato ed è divenuto una definizione storica, un’accezione del tutto particolare. Vi è, tuttavia, fortemente presente l’idea di eredità, della tradizione e il senso di un ambito territoriale su cui si esercita un’autorità più alta di quella feudale nel significato comunemente attribuito ad un vassallo della corona. Più dell’entità territoriale hanno valore i luoghi e chi ad essi s’immaginava presiedesse, colui che n’era l’effettivo “dominus”: l’Arcangelo Michele. Il “Dodarium” di Guglielmo II costituì l’inizio della notorietà dell’Honor Montis Sancti Angeli, la cui vicenda d’ora in poi si pone in rapporto non più soltanto alla storia della regione, ma allo sviluppo istituzionale cui questo speciale feudo andò legato.

Guglielmo II di Sicilia dona la Chiesa alla Madonna (Mosaico – Duomo di Monreale)
Un documento, infatti, ci fa conoscere che, alla curia riunita a Barletta nel novembre del 1184, presieduta da Tancredi di Lecce e Ruggero di Andria, erano presenti, tra gli altri, i giustizieri dell’Onore di Monte S. Angelo. Ciò ci fa intendere come sin dalla sua istituzione, l’Honor costituì nel regno una circoscrizione a sé stante, prima limitato al Gargano, poi all’intera Capitanata, con propri funzionari dipendenti direttamente dallo Stato, “quasi – os –

Morte di Guglielmo II di Sicilia (Liber  ad honorem Augusti – di Pietro da Eboli, 1196).

serva il Palumbo – che lo svincolo dalla feudalità cominciasse, per lo Stato accentratore normanno, proprio dalle terre, dotario della regina” (Op. cit. p.341).

Si narra che, morto Guglielmo II, Riccardo Cuor di Leone, sceso in Italia in occasione della III crociata, si recò a Messina per reclamare il dotario della sorella Giovanna, cui si era impossessato Tancredi di Lecce. Questo, in cambio dell’aiuto per la successione al trono di Sicilia, propose di offrire un milione di tarì al re inglese che rifiutò e chiese invece la contea di Monte Sant’Angelo e tutte le sue terre, il trono d’oro delle regine normanne, e numerosi altri regali tra cui un tavolo d’oro, una tenda in seta capace di contenere fino a duecento cavalieri, dei vasi d’oro, coppe e piatti d’argento, ma anche viveri e provviste varie, grano, olio e vino, e cento navi armate e riempite di tutte le cose occorrenti per vivere due anni. Alla fine si accordarono per ventimila once d’oro, cioè un milione di tarì, equivalente al valore del dotario di Giovanna, più altre ventimila once versate da Tancredi a Riccardo per riprendere le operazioni belliche in Terrasanta.

L’Honor fu la dote di tutte le regine normanne e sveve, quindi, per volontà testamentaria di Federico II, per un suo calcolo politico ben preciso, esso fu assegnato a Manfredi, figlio di Bianca Lancia, che l’imperatore, sembra, sposò in punto di morte. Successivamente, per quasi un secolo e mezzo, ne furono insigniti i principi angioini. Con l’avvento degli Aragonesi, per un complesso di circostanze, l’Honor, ormai circoscritto ai soli due feudi di Monte Sant’Angelo e di San Giovanni Rotondo, vede la sua definitiva decadenza.

Prima di concludere questo striminzito excursus storico sull’Honor Montis Sancti Angeli, a riprova della sua importanza nel corso della storia della Capitanata, è importante sapere che un riflesso di tale speciale istituto lo si può tuttora riconoscere nel fatto che la Provincia di Foggia porta sullo stemma l’effigie di S. Michele.

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